Disillusione

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La copertina di tela rossa si sollevò e piano piano ne venne fuori una testolina bionda che guardò a destra e a sinistra. Rassicurata dal silenzio, fece scivolare fuori dalle pagine anche le gambe e le braccia. In breve, si ritrovò in piedi sullo scaffale più alto della libreria, dove da anni giaceva il libro impolverato che l’aveva ospitata.

Con cautela, mosse le ali e provò a svolazzare. Vide con soddisfazione che ci riusciva ancora. Una fioca luce azzurra, che proveniva da uno schermo, illuminava la stanza facendola assomigliare a un acquario.

Sì, era sempre la stessa di qualche anno fa, con i mobili chiari e le tendine con i volants. Le decine di peluches erano sempre ammonticchiati sulla poltroncina, il letto era ancora quello da principessa, ma c’era qualcosa di diverso.

C’era un disordine indescrivibile, i vestiti erano ammucchiati per terra, un paio di jeans strappati giaceva abbandonato su una seggiola.

Lei dormiva raggomitolata nel letto con una cuffia sulle orecchie. Sul comodino, un portacenere con i resti di una sigaretta.

La guardò con tristezza mista a rimprovero, non l’aveva più cercata, eppure erano state tanto amiche. Bastava che aprisse il libro dalla copertina rossa con le scritte in oro e lei, la fata, saltava fuori facendole vivere delle favole stupende.

Basta, inutile amareggiarsi, lo vedeva bene che tutto era finito, che i tempi erano cambiati e che la sua amica non era più la stessa.

Svolazzando, si avvicinò alla finestra socchiusa, uscì cautamente nella quieta e tiepida notte. Aprì le ali e si lanciò nel vuoto. Riprese immediatamente quota e sparì nell’oscurità in direzione della luna.

Clio

Zombi blues – 3 – La Luna se ne frega

Notte

Il lungomare quella notte era davvero incantevole, così, illuminato soltanto dalla Luna. Non era stato facile arrampicarsi fino in cima alla ruota panoramica, ma indubbiamente ne era valsa la pena.

Brillava la Luna sulle acque del mare senza fine, del mare eterno e indifferente e immemore delle pene dei miseri e caduchi esseri viventi chiamati uomini.

Brillava la Luna sull’asfalto della passeggiata, sui negozi ormai chiusi, testimoni muti di vite passate.

Brillava la Luna sull’ondeggiante masnada di individui vaganti. Non più vivi, forse. Ma nemmeno morti, ancora. Individui che si muovevano, ancora, nonostante tutto. Chissà perché, chissà per quale scopo. Ma in fondo c’era mai stato uno scopo? Aveva avuto senso nascere, crescere, darsi dante pene, affannarsi in quel modo? Era finita così.

E come sarebbe potuta finire, altrimenti?

Se non zombi, se non morti viventi, allora sarebbero morti e basta.

Il primo colpo esplose.

Dopo cinque secondi e sette decimi il cranio di una ragazza sbocciò come un fiore rosso a una distanza di duemilacinquantadue metri. Dalla cabina più alta Duccio Bertelloni la osservò cadere, accasciarsi a terra senza rumore.

Forse qualcun altro si sarebbe chiesto chi fosse, quella ragazza. Come aveva vissuto? Come era arrivata fin là, vagante su quel lungomare? Quali erano stati i suoi sogni?

Il secondo colpo squarciò la notte. Dopo cinque secondi e nove decimi, un uomo cadde a duemilacentocinquanta metri di distanza. Il suo cervello si sparse per terra. Duccio notò che indossava una polo blu, jeans e scarpe da ginnastica.

I secondi passavano. Duccio guardava nel mirino. La sua fronte era madida di sudore.

Era così bella, quella notte. Le stelle, come brillavano le stelle. Fredde e lontane, forse, ma così tante. Così tante. E quanto era dolce l’aria, lassù, a cinquanta metri dal mondo. Bastava così poco, bastava trovarsi a soli cinquanta metri di altezza, circondati dalla notte e dalle stelle. E sembrava di essere in un altro mondo, uno più magico, uno migliore.

Il terzo colpo attraversò la notte e colpì una coppia di anziani. Prima lui e poi lei. Si tenevano per mano. Nemmeno la morte li aveva divisi. Nemmeno adesso le loro mani si erano separate. Ma forse erano solo sciocchezze.

Duccio poggiò il fucile di precisione e si distese contro lo schienale. Si accese una sigaretta e si mise a guardare il mare. Se ne fregava, lui, se ne fregava davvero. E le stelle? Se ne fregavano pure loro. E la Luna? Lei se ne era sempre fregata. Solo gli uomini ci credevano. Poveri sciocchi.

Duccio buttò la sigaretta.

Sospirò. Se l’era immaginata diversa quella sera.

Beh, era tempo di tornare. Imbracciò il fucile e iniziò la discesa

«Non fateci l’abitudine» mormorò enigmaticamente con sguardo corrucciato.

La Boneville lo aspettava giù in basso.

 

Bromio

Che Bionda!

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“E chi non beve con me…peste lo colga!”
Furono queste le ultime parole pronunciate da Fabio, prima di stramazzare al suolo.
Per metterlo al tappeto erano bastati, appena: 3 Mojito, 2 Vodka Lemon e 4 Sciortini.
Quando riaprì gli occhi era ormai ora di pranzo.
Sollevò, con fatica, una palpebra alla volta, cercando di mettere a fuoco il caos che aveva in testa e, dopo aver atteso pazientemente che la giostra intorno a lui finisse la sua corsa, si trascinò fuori dal letto avvinghiato come un bradipo alla sponda. Allungò lo sguardo: due piedi scalzi sorreggevano altrettante gambe, nude e sode. Fabio le seguì. Stordito e affascinato al tempo stesso, si soffermò compiaciuto sul bordo stropicciato della maglietta, indugiò un istante, poi, lentamente, riprese la scalata.
“Ehi Genio, ti sei svegliato?” Un angelo biondo, vestita solo con una t-shirt , se ne stava appoggiata alla porta, tenendo in mano una tazza fumante.
Passò rapido allo scanner: occhi, bocca, capelli… nessuno segno particolare visibile. Collo, seno, mani gambe… niente. Codice non trovato. Strizzò gli occhi, allargò un sorriso impastato che sapeva di melma e dopo barba e, provando a coordinarsi, alzò una mano:
“Ciaooooo, mmhhhh…”
“Sono Elena” lo aiutò lei con tono divertita.
“Ma certo! Ciao Elena.” Biascicò, cercando di sconfiggere i nemici Pockemon che gli rotolavano nello stomaco.
Si guardarono per qualche secondo, almeno quattro. Lei bellissima: alta, bionda, fisico da Vogue. Lui bruttino: occhiali, moro, fisico da Mangiare & Bere.
In un attimo ripercorse la serata, adesso ricordava.
“Così abbiamo fatto l’amore… Tutta la notte! Ti ho fatto impazzire vero?”
Lei lo guardava con uno strano sorriso. Rimase in silenzio.
Si avvicinò lentamente, cercando di dare un senso a quell’equilibrio precario, tenendo lo sguardo basso per una maggiore concentrazione.
Dopo qualche passo le gambe non gli apparvero poi così belle e sode. Alzò di un grado la testa, e la maglietta si trasformò in una camicia da notte di seconda mano. Quando fu in posizione eretta i capelli divennero color cenere.
“Buongiorno mamma! Mi hai portato il caffè? Grazie!” Prendendogli la tazza dalle mani.
“Ieri sera? Tutto a posto, questo nuovo locale è una bomba!” Ammiccò con fare simpatico.
“Ho deciso… la festa di laurea la faccio lì! Un brindisi alla cultura!” E ancor prima che la donna potesse rispondere, buttò giù la nera bevanda.

Thalia

 

Impressione d’estate

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Il cielo è pesante, gonfio, vorrebbe piovere. Lievi sbuffi di vento caldo mi accarezzano mentre volgo lo sguardo verso squarci di nuvole orlate di un luminoso argento.

Solo il brusio intenso e laborioso degli insetti che si affaccendano intorno ai fiori di lavanda rompe il silenzio intorno a me.

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Zombie blues – 2 – Gelato gusto zombi

Gelato Gusto Zombi

La prima raffica investì un bambino zombi grassottello che indossava un berretto giallo. Stava assaporando un cono gelato. Ma al posto del gelato c’era una poltiglia grigiastra; una porzione del cervello del gelataio. Il bimbo zombi leccava e leccava, con la sua lingua gonfia e violacea, quando i proiettili del fucile mitragliatore, un ARX 100 Beretta nero, lo colpirono alla velocità di novecentoventi metri al secondo. La lingua, tranciata di netto, volò spruzzando sangue nerastro. Altri colpi raggiunsero il piccolo zombi alla testa, agli arti e al petto, sfondandogli la gabbia toracica e scagliandolo all’interno della gelateria.  Il cono cadde a terra intatto.

Duccio Bertelloni continuava a sparare raffiche di mitra illuminando la notte del lungomare. Gli odiati scolaretti zombi cadevano uno dopo l’altro fra schizzi di sangue, carne maciullata e poltiglie di cervelli.

Tutto finì improvvisamente. Dalle carcasse si alzava un vapore dolciastro e rimaneva ad aleggiare nell’aria immota, sopra quel carnaio esanime.

Il silenzio fu rotto da dei sibili, seguiti da rochi gorgoglii. Duccio guardò in direzione dei rumori.

Due vecchie signore zombi stavano barcollando verso di lui, le braccia  protese in avanti, le mani marcescenti che artigliavano l’aria. Ma si muovevano a velocità pateticamente bassa. Erano le vecchie professoresse.

Duccio scosse la testa sospirando. Sfilò dalla custodia legata alla gamba un lungo machete.

«Mi sento preparato, prof. Vengo volontario.»

La professoressa zombi più vicina era alta e snella. I lunghi capelli grigi le ricadevano sulle spalle magre. Il machete la colpì all’attaccatura della mandibola destra e uscì dalla parte opposta, seguito da un abbondante spruzzo di sangue. La parte superiore del cranio scivolò e cadde a terra, lasciando scoperta una buona metà di cervello sanguinolento e l’arcata dentaria inferiore, che mostrava denti marcescenti e brulicanti di vermi biancastri.

«Lei deve essere la prof di Italiano.»

«…hhhhhh…» fece lo zombi.

«Palese carenza lessicale» disse Duccio scuotendo il capo. «Non ci siamo, non ci siamo proprio. Gravemente insufficiente.»

Un fendente verticale del machete tagliò a metà ciò che restava del cranio della prof zombi. Questa si accasciò a terra.

Duccio si volse verso la seconda professoressa. Questa era bassa e tarchiata. I suoi capelli bianchi erano tagliati a caschetto e portava un paio di occhiali rotondi sul naso a patata.

«E lei deve essere la prof di matematica» disse Duccio inarcando le sopracciglia.

«Urrrrrrrrgh» fece lo zombi protendendo le mani.

Il machete sibilò tranciando di netto tutte e dieci le dita.

«Non si conta con le dita, bestia» la rimproverò Duccio, «gravemente insufficiente.»

Il machete sibilò ancora raggiungendo il collo dello zombi. La testa scivolò di lato.

Duccio pulì il machete con i vestiti della professoressa di matematica, poi lo rimise nella custodia. Guardò il mucchio dei corpi distesi. Scosse tristemente il capo.

«A scuola non si insegna a sopravvivere a un’apocalisse zombi.»

Si sedette sul muretto di un’aiuola e si accese una sigaretta. Mentre fumava ammirava soddisfatto il suo operato. Finì di fumare e si alzò.

A circa duecento metri di distanza vide la vecchia ruota panoramica del lungo mare. Salì sulla Bonneville e mise in moto.

«È arrivato il momento di farsi un giro» disse facendo rombare il motore della moto.

«E di provare questo nuovo giocattolino.»

Si chinò in avanti e poggiò la mano su una lunga canna in acciaio brunito.

Duccio Bertelloni mise entrambi le mani sul manubrio e partì sgommando in direzione della ruota panoramica.

 

– FINE SECONDA PARTE –

 

Bromio

Il vento

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Il vento scompiglia, investe, fruga, entra ovunque.

Il vento libera: si porta via ciò che vuole.

Il vento lascia: scia di fogli e mulinelli di polvere.

Il vento acceca: l’orizzonte sparisce.

Il vento fugge: non lo puoi ingabbiare.

 

Polimnia

Torna a casa, Fosco

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C’è stato un momento in cui ho pensato di raggiungerlo poi, queste stupide infradito mi hanno fatto inciampare e adesso non lo vedo più. Dovevo immaginarlo che prima o poi lo avrei perso, distratta e affaccendata come sono ultimamente, ma questa volta non è stata colpa mia. Avevo immaginato una giornata perfetta: sole, buon cibo e ottima compagnia, dovevo solo mettere i pantaloncini e le scarpe da ginnastica, poi dalla finestra l’amara scoperta.

Eccomi qua, seduta su questo binario, la caviglia gonfia e nemmeno il telefono per chiamare qualcuno. Addio giornata perfetta. In dieci anni non mi era mai capitato, che brutta sensazione. Volto il viso nella speranza che torni indietro, ma chissà ormai dove sarà. Aspetto ancora un attimo.

Torna a casa, Fosco.

Lo sgomento si fa strada, e la speranza si allontana. È passata più di un’ora.

Poi, con il muso fiero e soddisfatto lo vedo apparire da un cespuglio, una barboncina lo accompagna.

Thalia